Archive | December, 2010

Interview MonkeyMarc: Solar music for masses

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Interview MonkeyMarc: Solar music for masses

Posted on 22 December 2010 by re-d

Monkeymark

Un viaggio dall’Australia ai club di Londra e Berlino, sino ai festival in Olanda e Spagna. Tappe a Parigi per incontrare gli amici Gotham Project e poi Londra di nuovo per lavorare con la star dell’hip-hop Roots Manuva. Il tutto passando per un concerto in un campo profughi della Palestina. MonkeyMarc, produttore e DJ Australiano, leader della band radicale dei Combat Wombat, tanto conosciuti quanto censurati in patria, ha appena portato in giro per il vecchio continente il suo nuovo album solista As The Market Crashed. E adesso è tornato al punto di partenza, il luogo da cui la sua musica nasce, quella musica che gli ha permesso di arrivare alle orecchie del pubblico europeo e alle menti del ghotha della musica electro, reggae e hip hop del continente.


Una musica, la sua, che è al 100% a energia solare. A Melbourne, all’interno del giardino di un vecchio convento, Marc ha costruito il suo studio di registrazione totalmente alimentato ad energia solare e realizzato interamente da lui con materiali riciclati: all’interno del container merci per navi, comprato di persona al porto della città, ha installato tutta la strumentazione musicale di seconda mano, un pavimento che è in realtà il parquet di palazzetto dello sport in disuso e quant’altro, spesso attraverso gli annunci di vendita sui giornali.  Anche i pannelli solari sono recuperati chissà dove e le batterie installate su un vecchio carrello per il trasporto di cavalli. Insomma, quello che serve per finire su tutte le radio di Australia, farsi invitare ai migliori festival, guadagnarsi tour europei e richieste di collaborazione dai tuoi idoli.

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E dove ha imparato a costruire uno studio di registrazione, questo attivista politico nato a Cardiff e trasferitosi a Sydney per fare il minatore? Ma che domanda! Ovviamente nel mezzo del deserto, con gli anziani delle ultime tribù aborigene. Alla vigilia dell’uscita della sua prima traccia realizzata con Roots Manuva, Marc ha raccontato a Re-Mood come il sole riesca a far nascere musica dal deserto del continente rosso.

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MARC:Il mio tour è iniziato in Portogallo, ho suonato a un festival che si chiama The Boom Festival. Poi è passato dall Olanda dove ho suonato a un grosso festival, ADM festival, poi è passato da Londra dove ho suonato a Camden,  poi ho suonato a Lipsia in Germania ad un altro grosso festival che si chiama Zorofest, poi ho suonato anche in Francia, e poi ho suonato in Palestina, ad un festival gratuito per i rifugiati quindi è stato un tour molto…dinamico, suonando dai festival ufficiali ai campi profughi, molto dinamico.

RE-MOOD:Non ero preparato sul tuo concerto in Palestina. Dove è avvenuto e come sei arrivato a farlo?

MARC:Il concerto in Palestina è stato circa tre settimane fa e, per dirla tutta, è stato fantastico; sono stato invitato da un alcuni attivisti israeliani a anche da un giovane gruppo rap palestinese, i Palestinian Streets da un altro gruppo rap, i Boicot  e abbiamo deciso di unire le nostre forze e fare un concerto in un posto chiamato Dahasia Camp, vicino a Betlemme abbiamo affittato un sound system e un camion e abbiamo fatto suonare due band locali, noi organizzatori, e io ho fatto uno show gratis come solista e uno con la mia band COMBAT WOMBAT ed è stata davvero un’incredibile esperienza.

RE-MOOD:Non hai solamente fatto il tour dell’Europa ma hai anche stretto nuovi contatti con altri artisti. Puoi dirci qualcosa sui nuovi progetti e nuove collaborazioni?

MARC:Al momento ci sono tre o quattro progetti che si stanno realizzando in Europa. Uno è un progetto di remix con un artista francese, DJ CLICK, l’altro è uno split album fatto con i COP ON FIRE, dal Belgio e l’altro è una registrazione che ho fatto con un artista che si chiama ROOTS MANUVA in Inghilterra, e un altro artista, che si chiama JIMMY SCREECH.

RE-MOOD:ROOTS MANUVA, è una specie di  leggenda, non solo nel Regno Unito ma anche negli USA. Cosa pensi di poter aggiungere stilisticamente, voglio dire, cercherai di seguirlo o di  contribuire con qualcosa di nuovo, chiamiamolo un “sapore” australiano.

MARC:Si, penso sia divertente: cosa può offrire un ragazzo bianco Gallese-Australiano a una star dell’hip hop Anglo/Jamaicana? Credo di avere da offrire la mia prospettiva, l’altra idea è di  farlo venire in contatto con un altro rapper, CHARLIE  2NA. Cercare di focalizzarsi su qualcosa di diverso, voglio dire, è sempre un progetto basato sull’hip hop, ma è anche qualcosa di un po’ diverso, un progetto che non sia solo lui, ROOTS, ma dove lui incontra altri rapper, potenzialmente qualcosa che non ha mai fatto prima, quindi si, è un po’ diverso, e spero davvero di aver qualcosa di mio da offrire. Potremmo anche far uscire un EP o potenzialmente, se va bene, un album; non ne siamo sicuri. Non sappiamo se uscirà sotto un  etichetta che si chiama Big Data o come indipendente. Dipende sempre dai burocrati e da quello che ne vogliono ottenere. È il lato più deprimente dell’industria discografica.

RE-MOOD:Non è solo il risultato ma anche come ci arrivi ad essere rilevante; e in proposito trovo estremamente affascinante il modo in cui tu arrivi a produrre la tua musica. Mi riferisco al tuo studio di produzione e registrazione a Melbourne: puoi parlarcene?

MARC:A differenza  di altri studi di registrazione, io mi sono comprato un vecchio container per trasporto marittimo. E ho creato all’interno uno studio di registrazione e non solo quello. Tutto all’interno l’ho comprato di seconda mano: ho comprato il parquet di un vecchio campo da basket per fare il pavimento. E ho accanto un rimorchio che ho attrezzato con pannelli solari, così che tutto lo studio è in primo luogo mobile. In secondo luogo è a energia solare, quindi tutto quello che registro, tutti i miei progetto, per esempio il lavoro con  ROOTS MANUVA o alcuni dei nuovi remix o il mio album appena uscito, AS THE MARKET CRASHED, l’album a nome MONKEYMARC, sono tutti registrati a energia solare. Non ci sono molte cose del genere in Australia e probabilmente neppure nel mondo e sembra di funzionare molto bene e, alle mie orecchie, la musica alimentata dal sole suona un po’ meglio.

RE-MOOD:Questa non è la prima cosa che costruisci ad energia solare; hai già fatto cose simili, magari in scala ridotta nelle più isolate comunità dell’Australia.

MARC:Si, la mia storia va indietro fino alla metà-fine anni 90, auando avevo un grosso sound system  a energia solare chiamato Labrats Sound System, una specie di sound system per feste ma con implicazioni di attivismo politico, che aveva una roulotte con pannelli solari e un generatore per l’energia eolica. Il primo Labrat Sound System che poi è diventato uno studio mobile, perché io e i miei amici avevamo iniziato a viaggiare nel deserto a prendere contatto con le comunità aborigene e abbiamo iniziato a fare workshop musicali e produzioni audiovisive e workshop di hip hop e di composizione di musica reggae li nelle comunità aborigene. Quindi il tutto si è veramente sviluppato strada facendo. Oggi  probabilmente io passo sette mesi nel mio studio solare a Melbourne  e passo i restanti cinque mesi fuori, nel deserto, a fere workshop nelle comunità aborigene. Sai, per un’audience italiana è  importante spiegare questo: nel centro dell’Australia ci sono tribù aborigene, alcune delle quali non sapevano neppure che la cultura occidentale o la civilizzazione bianca fosse in Australia o neppure che esistesse al mondo, questo fino agli anni 70 o 80. Abbiamo alcune delle ultime tribù scoperte che vivono al centro dell’Australia e abbiamo una situazione in cui una cultura enorme, una ricca cultura, è custodita da questi anziani, questi nonni, per così dire, di 60 o 70 anni. Ma dal mio punto di vista, d’altro canto, non sembra che l’Australia mostri molto interesse per la sua cultura indigena, quindi una parte dei motivi che mi spingono li sono, in primo luogo, cercare di documentare alcune delle storie, e in secondo luogo cercare di stimolare gli anziani e i giovani delle comunità a cercare di colmare questo scollamento con la società. Cerco di far si che i giovani cantino o parlino delle storie degli anziani , ma modernizzandole in modo da farle diventare pezzi hip hop o reggae e In qualche modo di tramandarle dagli anziani ai giovani. È realmente un modo per preservare la cultura e penso sia questo il modo in cui quello che faccio si è per me evoluto. Non è soltanto fare musica o divertirsi e intrattenere, è piuttosto un mantenere viva la cultura aborigena e promuovere la sua cultura nella società.


Testo e intervista raccolta da Davide Schiappapietra


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La vista che s_gommata

La vista che s_gommata

Posted on 17 December 2010 by re-d

in collaborazione con DnA associates

Jumper-s è il nome di questo progetto sviluppato e realizzato da tre giovani designer di Arezzo.

Jumper-s non sono altro (senza voler sminuire la genialità del progetto) che degli occhiali in polimero elastomerico e con esso tutte le sue qualità, quali la leggerezza, l’essere indistruttibile, riciclabile e in una vastissima gamma di colori. Questo prodotto è indiscutibilmente un oggetto di design e al contempo di moda. Confezionato in un packaging trasparente ed aperto, Jumper-s è venduto smontato, è poi compito del venditore o dell’acquirente assemblarlo.

Idea curata fin dal suo nome che deriva appunto dall’inglese dove i Jumper sono i saltatori, ecco quindi il collegamento con la materia che lo compone, la gomma, appunto un materiale estremamente elastico da cui ne segue il rimbalzo-salto. Cosi’ come il suo logo dove è rappresentata una rana che è l’animale che salta per eccellenza.

Jumper-s, presentato ufficialmente al Pitti Uomo si presta a diventare uno dei Must Have



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Noah guitar factory: alluminio e passione

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Noah guitar factory: alluminio e passione

Posted on 08 December 2010 by re-d

Quale chitarrista sarebbe disposto ad abbandonare il legno e le sue calde vibrazioni per abbracciare un’altra fede, chessò, dell’alluminio? I 3 costruttori/ideatori delle Noah: Renato Ruatti, Gianni Melis e Mauro Moja ci hanno pensato, ma anziché accantonare un concetto astruso ci hanno costruito un’idea vincente attorno. Comuni passioni e fortunate coincidenze li hanno uniti per dar vita a una limitata produzione artigianale di bassi e chitarre. Così con una partenza in sordina e qualche scorribanda dentro i backstage (la prima irruzione fu con Ligabue) l’idea si è concretizzata. A parlare nello studio-laboratorio milanese è Renato: “Siamo un’alchimia che si è coagulata intorno ad un concetto-passione”.
 

E’ ufficialmente architetto e designer. L’atro è Giovanni, l’anima musicale, chitarrista appassionato, ideatore del format Noah: bassi e chitarre con un’anima di alluminio, tecnicamente perfette, interno cavo e alluminio aeronautico lavorato a macchina da Mauro, caporeparto all’Aermacchi. In pratica la Telecaster del futuro “sposata” a una National steel. Gioielli di liuteria che fanno la felicità dei musicisti più esigenti. “Un timbro unico per pulizia, purezza, sustain e durata”: parola di Lou Reed che ne possiede due. 

 

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