
Michail Bulgakov scrisse: ”Il problema degli esseri umani non è che sono mortali, ma che lo sono all’improvviso”. L’assunto da cui prende vita “Il respiro del buio” (Einaudi, 2011, 240 pag, 20€ ) di Nicolai Lilin da lui stesso citato qualche giorno fa durante la presentazione del libro ai Frigoriferi Milanesi (via Piranesi 10) con la giornalista Monica Maggioni.
Con Il respiro del buio si chiude una trilogia, dopo Educazione siberiana e Caduta libera. Un altro viaggio, questa volta interiore, in cui il soldato Lilin, reduce dalla Cecenia, torna a casa da una guerra spietata. Ma il ritorno a casa non significa ne’ la pacificazione, ne’ la conquista della sicurezza, perché l’orrore della guerra e i suoi ricordi persistono nel cuore dell’autore-protagonista, come la ghiaia sotto il carroarmato delle scarpe. Un viaggio con la mente, nel tentativo di riscoprire la luce, passando attraverso il buio dell’inadeguatezza e dell’indifferenza. Perché il ritorno dalla guerra in Cecenia è un ritorno quasi impossibile.
Reduce dal campo di battaglia, persi tutti i codici di vita “normale”, lo scrittore al suo ritorno perde completamente la sua consapevolezza dello stare nella società umana e si interroga su quali siano i suoi punti di riferimento. «Camminavo per strada e non capivo perché lo facevo. – racconta – Entravo nei negozi e provavo un senso di vergogna. Avevo black out totali, mi svegliavo e capivo di aver fatto attività incoscienti: in camera c’era una postazione di combattimento preparata alla perfezione. Tornare dalla guerra è come avere un vestito un po’ strano, di cui non si riesce a liberarsene».
Ma c’è una variabile, fondamentale, che mina l’essenza stessa della vita: l’incapacità di vivere il tempo. Un senso di percezione distorto dello scorrere del tempo diventa il motivo del terribile senso di inadeguatezza di Nicolai: «c’era un’unica possibilità per riappropriarsi dell’indefinibile e inesorabile tempo: intervenire sul tempo e colmare l’assenza temporale. Ho iniziato a segnare ogni ora sui muri di casa, con la mia firma – racconta lo scrittore – poi a scrivere tutte le cose che facevo. E ricordando certe azioni che avevo compiuto in guerra mi si è aperta la luce». Paradossalmente, il motivo scatenante l’alienazione diventa l’unica chance di redenzione. Ed è per questo che Nicolai decide di compiere un altro viaggio verso il luogo dove tutto è iniziato, verso l’unico ritorno possibile: la Siberia, perché «quando perdi l’equilibrio, cerchi un punto di appoggio che già conosci». Tornare dove il buio è cominciato.
Le sue parole durante la presentazione risuonano nel capannone come un boato. Seppur scandite con una tranquillità disarmante, sono di una potenza deflagrante: «Il mondo pacifico non riesce a capire la sua mortalità, e lo dimostra rinnegando tutte le questioni scomode. Le persone comprendono solo fino a un certo punto il valore dell’esistenza. Manca un approccio umano, nella società umana». La guerra è presente anche nel mondo pacifico, ma i suoi abitanti non se ne accorgono. «Le società ti mandano a combattere, ma quando torni, quello che ti porti dentro è un problema solo tuo – afferma lo scrittore – Ti costringono a fare un lavoro sporco, ma loro se ne lavano le mani. E’ questo il meccanismo del branco umano».
La verità che echeggia è inesorabile: dopo essere stato in guerra, qualcuno si riappropria della sua vita, qualcun’altro invece soccombe, schiacciato dal peso. Come molti amici di Nicolai, come molti soldati americani (e chissà anche quanti italiani). Secondo Army times, negli Stati Uniti 18 veterani al giorno si tolgono la vita, 950 al mese tentano il suicidio. Una terribile verità, poco narrata. Untold stories le chiamano, storie taciute, che affiorano spesso attraverso il potere dirompente della scrittura. E’ la depressione da rientro, come quella raccontata da Lilin nel suo libro, è la stessa sindrome raccontata da Ward 54, il film inchiesta di Monica Maggioni proiettato dopo la presentazione del libro. Attraverso il viaggio del soldato Kris Goldsmith dai genitori di Jeff, un altro militare che si è tolto la vita, il documentario dà voce alla realtà vissuta oggi da molte famiglie americane.
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