
I racconti sono piccoli squarci su una tela chiamata realtà. La sfregiano con la fantasia, vi aprono piccoli buchi neri dai quali si può attingere luce. Per inaugurare questa nuova sezione vi proponiamo “Mulino Bianco” piccolo racconto parte della raccolta “Amici per le palle”, otto storie il cui il graffiante, ironico, disincantato stile di Gugliemo Serpichetti (alias Paolo Persico) squarcia tele su una realtà poco idilliaca.
Questa la presentazione su Il mio Libro: “Con Amici per le palle Serpichetti descrive una società putrida, crudele, artefatta. Affronta temi scottanti come la solitudine, la ricchezza, il lavoro, senza paura, ne peli sulla lingua. Disegna personaggi perdenti, soli, omuncoli senza palle, tratteggiandone i dettagli con straordinaria abilità. Sono brevi storie che contengono però quintali di nitroglicerina.
L’intero libro lo potete scaricare a 8€ su Il mio Libro.
MULINO BIANCO
È una raggiante giornata di sole, il cielo è sfacciatamente terso e gli uccellini fanno il loro dovere: cinguettano amorevolmente. Fuori, l’aria, è frizzante, dalla finestra spalancata ne entrano piacevoli folate, dolci carezze, che mi scompigliano la messa in piega.
Un raggio si infrange sulla tavola, un elegante quadrato in noce massiccio, piazzato proprio nel mezzo della cucina. Tutto vi ruota attorno. La nostra vita ruota attorno a questa antica tavola tirolese, la nostra felicità, i nostri sorrisi, ma sopratutto la nostra colazione.
È perfettamente imbandita, pronta per essere quel campo di battaglia sulla quale si consumerà il primo pasto.
Tazze, con i relativi sottobicchieri, biscotti, posate, marmellate, bricchi e contro-bricchi, tutto è debitamente schierato.
Sono le sei e quarantacinque del mattino, il sole splende come fosse allo zenit ed io sto armeggiando ai fornelli, come dopotutto faccio ogni mattina da vent’anni a questa parte.
Scivolo spedita dal fornello alla dispensa, dai cassetti alla tavola, quindi nuovamente al fornello. Sono giovane, sono bella, sono piena di energia.
Ma c’è qualcosa, un’imperfezione, lo capisco dalle occhiaie che mi si stanno facendo strada nel viso come estuari di un fiume in piena.
Freno, appoggio le mani sui fianchi. È una sensazione, anzi ne è solo l’embrione. Tambureggio con le dita sul grembiule, quindi mi illumino. Volo, sulle pantofole rosa e come un tornado taglio quel raggio di sole che da sempre punta sul nostro tavolo, ne sconvolgo così , ma solo per un attimo il placido pulviscolo. Ciabatto fino in salotto e quindi ritorno vittoriosa, riassetto il centrotavola, che aveva una spregevole piega, e vi ripongo un vaso, un prezioso tubo turchese con tre girasoli all’interno.
Espiro soddisfatta e i lividi sotto gli occhi mi si prosciugano come essiccati dal sole. Ancora una volta è tutto perfetto: le colline verde smeraldo che fanno da cornice alla nostra casetta, le note di violino che rimbalzano morbidamente tra le pareti, le tendine di un candido bianco, che ondeggiano sensuali. Mi vengono certi pensieri al solo guardarle, ma non posso, non adesso per lo meno. Mario è in bagno che si sta radendo, ha giusto il tempo per lavarsi, per salutare Robertino e Saretta, i nostri pargoli, e quindi schizzare via, fuori dal nostro nido d’amore.
Lavora come operatore ecologico presso il comune ed ama il suo lavoro come nessun altro al mondo.
Ma non ho molto tempo per questo tipo di tergiversazioni, il latte sarà ormai caldo.
Devo fare in fretta, versarlo nelle tazze, sedermi ad aspettare la mia famiglia.
Ecco Robertino infatti. È sempre il primo quel furetto, li batte tutti sul tempo.
Mi saluta con un umido bacino sulla guancia, mi chiede educatamente come va e quindi si scaglia sulla confezione formato famiglia dei suoi biscotti preferiti.
I tempi sono stretti, gli accadimenti si succedono l’uno all’altro, senza possibilità di mettervi freno, la colazione scorre a una velocità prodigiosa e spazza via tutte quelle domanda che da anni a quest’ora, mi si ingolfano nel cranio.
Ma perché Mario sorride sempre? Perché ha sta voglia matta di ramazzar strade e tirar su merde di cane?
Robertino e Saretta, che hanno ormai trent’anni, non dovrebbero essere già capaci di prepararsela da soli sta colazione?
La mattina è tutto così confuso, i ricordi hanno difficoltà a incastrarsi, la realtà è uno specchio rotto abbandonato al suolo.
Ma ecco che trentasei dentoni da latte si piazzano davanti ai miei occhi blu cielo, per nascondersi poi dietro due morbide labbra a forma di bocciolo. Mi viene scoccato il secondo buongiorno della giornata e tutti i miei interrogativi vengono sepolti da un’ondata di allegria.
È arrivata Saretta. Si materializza alla mia sinistra e comincia subito a stuzzicarsi con il fratellino.
Si fanno le smorfie. Si lanciano pezzetti di biscotti cercando di colpirsi negli occhi. Lanciano gridolini di giubilo quando centrano il bersaglio e gridolini di dolore quando vengono centrati.
Si amano. Anch’io li amo. Anche se continuo a mantenerli da un’eternità. Alternano smorfie ad un bacio-abbraccio e continuano così fino all’entrata del padre. Mario.
L’istrione della famiglia. Il capo condottiero. Il contabile. Il giullare. Il difensore della patria.
L’inimitabile e inconfondibile netturbino.
Rasato è ancora più bello, anche se, a dirla tutta, non credo di averlo mai visto con un filo di barba.
Cammina spedito verso di me, gli spessi capelli ballonzolano e luccicano al sole, mi saluta e un brivido di desiderio mi freme dalla vulva fino al cervello e poi ZAC!di nuovo giù come una spada.
Sorride e mi devo mettere gli occhiali da sole per non ferirmi la cornea.
I bambini sono in fermento, è arrivato il loro papà che dopo una riavviata alle folte chiome e un simpatico buffetto, dice loro quanto li ama.
Tutti qui, ci amiamo. Attorno a questo dannato tavolo ogni mattina verso le sei e quarantacinque tronfio e vittorioso veleggia l’amore. Ci avviluppa. Ci sfiora. Ci penetra.
Mario rimane in piedi, alla mia destra. Veglia su di me e mi sento sicura. Lui mi completa e io mi sento perfettamente realizzata. In una mano stringe con fermezza la tazza, nell’altra il bacio-abbraccio, quindi lo intinge nel latte fumante. Lo guardo e ardo di desiderio, mi pungolo la mano con una forchetta e solo così riesco a trattenermi.
Anche i bambini intingono il loro bacio-abbraccio.
Mario insiste, intinge una, due, tre volte, quindi ci si accanisce, è un mulinello che sguazza nella tazza a velocità supersonica. Goccioline di sudore gli imperlano la fronte, macchie rossastre gli colorano le gote, il respiro gli si fa corto ed affannoso, ma nulla da fare, proprio non ci si può credere nella qualità di questo prodotto della Mulino Bianco. Granitici nel latte, miele nella bocca.
Dopo la pace nel mondo sono forse la più grande invenzione dell’uomo.
Mario soffoca una bestemmia, poi affranto, affoga il biscotto per un’ultima volta. Tutti noi, all’unisono, alziamo il bacio-abbraccio, grondante di latte, verso il cielo. I Tre moschettieri con il tutti-per-uno-uno-per-tutti ci fanno una pippa.
I baci-abbracci rispondono alla perfezione. Puntati verso l’infinito perdono gocce di latte ma mai forma e consistenza. Sono vent’anni che lo facciamo e mai un problema. Mai. Per quanto ci si possa impegnare, non un frammento di biscotto che si sia distaccato.
Nei nostri occhi l’estemporanea luce della sconfitta cede subito lo spazio alla raggiante felicità.
Ci si allargano naturalmente i sorrisi sulle labbra. Quasi ce ne dimenticavamo, noi siamo felici e la vita ci sorride sempre, proprio non può farne a meno. Le occasioni per avere la meglio sul quel dannato biscotto non mancheranno, questo è sicuro.
Mario ballonzola verso la porta, qualcuno al di fuori di questa oasi di pace ha bisogno di lui. Non ha nemmeno finito la tazza di latte, l’ha appena sorseggiata, come ogni giorno dopotutto, saluta i pargoli e corre di buonumore verso le sue merde e i suoi immondezzai.
I bambini lo adorano, vedono in lui un modello, lanciano le tazze ancora piene sulla tavola e lo rincorrono, intonando un allegro motivetto.
Mi hanno lasciata sola nella nostra cucina. Ogni giorno la stessa solfa, loro fuori a divertirsi, io qui a farmi il culo. Sola. Io e la nostra maledetta tavola in noce, illuminata da quel dannato raggio primaverile che riscalda i disastrosi resti della colazione. Ma a loro che gliene frega? Sono qui per questo, no? Per far loro da serva! Vorrei inseguirli, prenderli tutti e tre per le orecchie, trascinarli nuovamente verso casa, vorrei strusciargli quel loro angelico visino sul selciato, vorrei, ma non posso, non ho nemmeno il tempo di mandarli a ‘fanculo dalla finestra.
Devo rassettare tutto, rimettere il latte sul fuoco, che tra meno di due minuti ci sarà un’altra colazione su Rete 4.
FINE