Manabile per orientarsi, cosa assolutamente non perdere, ma soprattutto cosa perdersi tranquillamente alla 52esima edizione della Biennale d’arte contemporanea di Venezia
A cura di Mauro Mattei – Curator di Kolima Contemporary Culture – Milano
Introduzione e i Giardini della Biennale
Questa piccola guida alla Biennale di Venezia vuole essere un prontuario ad uso e consumo di chi si è perso l’opening ai primi di giugno e vuole assolutamente recuperare, magari avendo a disposizione solo un weekend, prima del 27 novembre, data di chiusura ufficiale della manifestazione più attesa nel mondo dell’arte contemporanea giunta quest’anno alla sua 52esima edizione.
Andiamo subito al sodo e partiamo con i luoghi istituzionali della Biennale: i Giardini e l’Arsenale dove ha sede, accanto ai padiglioni nazionali, quella che la Biennale vera e propria.
ILLUMInazioni è il titolo scelto dalla influente curatrice svizzera Bice Curiger per questa Biennale, la quale ha applicato buon rigore e sobrietà alle sue scelte ma senza trovare un po’ di coraggio per un guizzo memorabile nella sua indagine sulle identità e sulle appartenenze.
Forse l’unica idea innovativa, sebbene non esattamente indimenticabile, sono i parapadiglioni, ovvero strutture interne ai padiglioni stessi, volte a creare uno spazio espositivo nuovo all’interno dello spazio, dove altri artisti hanno allestito i propri lavori.
Quattro gli artisti chiamati a progettare i “parapavillions”, di cui citiamo solo i due che ci sono piaciuti di più: ai Giardini quello della polacca Monika Sosnowska (foto)

Monika Sosnowska
e all’arsenale quello dell’artista cinese Song Dong, che ha ricreato in maniera davvero suggestiva la casa dei propri genitori in Cina (foto).

Song Dong
Prima di iniziare l’excursus su ILLUMInazioni, nota di merito va all’artista Haaron Mirza, classe 1977 e londinese di nascita e formazione, non a casa premiato dalla giuria della Biennale come artista rivelazione di questa edizione: lo studio sulle frequenze delle sue due installazioni “Sick” ai Giardini e “The national pavillion of then and now” all’Arsenale, è parso il lavoro più convincente ed intenso (in particolare il secondo, una vera e propria esperienza), e personalmente anche il più innovativo.
“Sick”
“The national pavillion of then and now”
Ma andiamo con ordine e partiamo dalla Biennale Giardini, con un altro tra i giovani protagonisti che meritano una segnalazione: Cyprien Gaillard (classe 1980) che ha presentato il suo collage con etichette di birra su doppia foto (moderna e vintage) dal titolo “Floods of the new and new world” (foto).

Floods of the new and new world – Cyprien Gaillard
Tra le vecchie glorie assolutamente da non perdere è Gianni Colombo, con il suo “spazio elastico”, un lavoro degli anni sessanta dell’artista scomparso nel 1993, che viene qui riproposto dalla Curiger ed avvince per lo studio dello spazio ed esalta per la sua fascinazione così attuale e contemporanea da meritare una sosta a bocca aperta nella apposita black room di cavi elastici fluorescenti.

spazio elastico – Gianni Colombo
Per andare ancor più indietro nel tempo fate un salto nella sala dove sono allestiti i 3 Tintoretto voluti dalla Curiger quale benchmark assoluto per lo studio artistico sulla luce, per proseguire spediti attraverso la sala di Pipilotti Rist con i suoi ammalianti video a sfondo veneziano, proseguendo per il cubo di plastilina tricolore di Norma Jean a rappresentare la bandiera Egiziana (ricordandovi di dare sfoggio della vostra vena artistica prendendone pezzi e assemblandoli sul momento).
Superate di slancio le sculture dei “soliti” Fischli & Weiss per finire soffermandovi sui due video pieni di ironia e sarcasmo di Nathaniel Mellors e uscire dal padiglione con un bel sorriso, pronti per la visita ai padiglioni Nazionali dei Giardini.

Pipilotti Rist – Non voglio tornare indietro (Ospedale) 2011

Norma Jean
E se vi siete chiesti che ci facevano centinaia di piccioni dappertutto, persino dentro al padiglione, tranquillizzatevi: è solo una vecchia opera di Maurizio Cattelan (i piccioni sono impagliati, so che ve ne siete accorti), qui misteriosamente, se non altro quanto a motivazioni curatoriali, riproposta.
Prima tappa obbligata merita il padiglione UK, e preparatevi a una buona mezz’ora di coda poiché l’ingresso è contingentato a 20 persone alla volta, Un’attesa che merita di essere vissuta per il potere evocativo di Mike Nelson, artista nato a Loughborough nel 1967 che succede a Steve McQueen nel rappresentare la Gran Bretagna alla Biennale.
Nelson con il suo “Impostor”, stravolgendo la struttura del padiglione con un lavoro di ricostruzione di ben tre mesi, riproduce parte di una sua opera già presentata 8 anni fa alla Biennale di Istanbul, rappresentando un caravanserraglio con il suo corredo di stanze in disuso, corridoi, tavoli di lavoro abbandonati, fotografie appese per essere sviluppate, passaggi stretti, porte chiuse, corde e soffitti bassi. Un’installazione complessa ed articolata che è stata realizzata con grande importanza ad ogni dettaglio e che da qualcuno è stato definita vincitrice morale della manifestazione.

Impostor – Mike Nelson
Non per noi che invece siamo in linea con quanto proposto dalla Giuria che ha invece premiato con il Leone D’Oro per le partecipazioni nazionali la Germania, con l’installazione postuma di Christoph Schlingensief morto nell’agosto del 2010, poco prima del suo 50mo compleanno, nel bel mezzo dei lavori di progettazione del Padiglione
Il Padiglione è diventato quindi una panoramica sugli aspetti principali della sua carriera, ovvero la malattia dell’artista e la propria biografia e i suoi film.
L’entrata nella sala principale, la ricostruzione di una chiesa allestita con un immaginario che si potrebbe definire gotico/nazi/freak, crea uno shock visivo.
Era la chiesa di Oberhausen dove l’artista serviva messa da ragazzino, la realizzò per la prima volta alla Triennale della Ruhr nel 2008, subito dopo l’asportazione di un polmone e mesi di chemio-terapia.
Un’opera davvero forte e potente Struggente nella sua violenza emotiva, spinta da voci inquietanti e drammatiche note Wagneriane.
Un video non basta per ricreare l’impatto, andateci!
Il Padiglione Francia presenta invece “Chance”, l’installazione in cui Christian Boltanski con una intricata struttura di tubi metallici e un nastro trasportatore dove scorrono le immagini di 600 neonati a rappresentare la casualità dell’avvicendarsi della nascita, della vita e della morte. Un’opera suggestiva anche se forse manca di qualcosa di veramente provocatorio.

Chance – Christian Boltanski
Nota di gran menzione spetta al Padiglione Giapponese dove la Tabaimo con Teleco-soup presenta una avvolgente ambientazione multimediale tra cartoon giapponesi e specchi di grande poesia.

Tabaimo – Teleco-soup
Vale pena fare un salto anche al Padiglione USA anche solo per prelevare contanti da un bizzarro bancomat collegato alle canne di un organo dal quale scaturiscono ad ogni operazione di prelievo “suonerie” differenti, il tutto ad opera del duo Allora & Calzadilla. Funziona davvero!

Gloria – Allora & Calzadilla
Davanti al padiglione potrete, se la fortuna vi assiste, vedere l’installazione sempre ad opera del provocatorio duo di origine sudamericana, uno dei runner della nazionale americana correre su un tapis roulant montato su di un carro armato rovesciato, metafora ben poco criptica della perversa attitudine militaresca yankee.

Gloria – Allora & Calzadilla
E ora, con il contante prelevato al padiglione USA, necessario per uno spritz e per uno spuntino a base di cicheti in qualche tipiche bacaro della zona, siete pronti per la seconda parte della giornata.
(continua……?)