Perché in Italia i bravi tardano a farsi conoscere al grande pubblico? E’ una domanda che in molti si sono fatti, innumerevoli volte. Uno di questi è senz’altro l’ex Scisma. Le labbra e l’EP 500, usciti tra il 2008 e il 2009, hanno fatto fare a Paolo Benvegnù un salto di notorietà, seppur lieve, grazie anche alle recensioni entusiastiche di alcuni scribacchini (Rolling Stone si era espresso così: “Undici brani che rasentano la perfezione”).
La lunga marcia verso la consacrazione continua con Hermann, l’ultimo lavoro. Suoni pieni, ricchi, orchestrazioni e melodie affascinanti. Ma la vera sorpresa sono i testi: l’album è un’antologia di 13 canzoni costruite come altrettanti episodi cinematografici. Al telefono chiediamo a Paolo Benvegnù qualche spiegazione su quelle che difficilmente possono essere considerate canzonette. Lui ha una gran voglia di spiegarsi, e non ha alcun freno nel raccontare la genesi e il significato che stanno alle spalle di “Hermann”, già acclamato dalla critica come un piccolo capolavoro.
Qual’è l’idea intorno a Hermann?
L’idea gravita attorno all’umano. Parlare dell’uomo da uomo, appunto. Una sorta di chanson de geste con cui far comprendere che i problemi, dalla preistoria ad oggi, per noi sono sempre gli stessi. Anzi, fondamentalmente uno: come riuscire ad armonizzare il mare piccolo con il mare grande, noi con tutto ciò che ci circonda. escamotage manzoniano
Alquanto ambizioso…
Ho voluto raccontare la storia dell’uomo, dal mito di Narciso a Cyrano de Bergerac, usando archetipi che tutti consociamo. Presuntuosamente è la storia dell’uomo, quella che potremmo definire la sintesi evolutiva/involutiva della nostra storia. Detto così sembra che ho voluto cercare la pietra filosofale; in realtà è sì una costruzione ambiziosa, ma soggetta al fallimento.
L’epica affascina sempre tanto!
E’ la storia dell’uomo che affascina, tragica e impietosa. Penso a Melville ad esempio. Il fine di ogni artista è raccontare delle storie e mai come in questo momento raccontare storie interessa alla gente. D’altronde se anche Amici di Maria de Filippi racconta storie, per quanto edulcorate, qualcosa significherà.
Ti lusingano le critiche positive sul tuo nuovo lavoro?
Non mi lusingano. Io cerco di non guardarle. Mi lusinga il prodotto, alcuni scritti di quel disco sono abbastanza definitivi a livello personale e io sono un po’ più sereno. Spesso invece mi lusingano le cose semplici, la cordialità di un estraneo per esempio.
Mi chiedo cosa realmente appaga un musicista?
Il raggiungimento di un certo tipo di salvezza. L’artista è una persona un po’ malata per definizione, sempre alla ricerca della salvezza dell’anima. L’arte è un margine personale per migliorare la vita interiore e l’appagamento è il momento in cui ti senti un po’ più saldo dentro.
Cos’è l’esperienza e come è possibile metterla giù in musica?
Cito Carmelo Bene: Per vedere bisogna essere totalmente ciechi e per ricordare bisogna totalmente dimenticare. Ecco questo è interessante, per quanto giocato sugli ossimori. Lui era bravo; aveva gli occhi da pazzo. Io sembro solo un orsacchiotto.
Mi racconti dell’idea originaria, quella del film?
Originariamente era quella di fare 13 capitoli di questa sintesi evolutiva. Drammaticamente dal punto di vista economico abbiamo potuto fare solo il disco. E dobbiamo ripagare anche quello. D’altronde in Italia suonare è una meravigliosa passività.
