Una città nella città. Questo è lo Sziget Festival, una cittadella musicale, una zona temporanea autonoma, TAZ - The Temporary Autonomous Zone – locuzione cara a Hakim Bey, scrittore anarchico. Tutto questo sull’isola di Obuda, a due chilometri dal centro di Budapest, capitale incantevole bagnata dal Danubio. Dentro è frequente perdersi: d’altronde 11 palchi dislocati su una superficie di 2000 ettari possono ubriacare anche il più navigato dei frequentatori.
Cartina alla mano alla scoperta di un programma infinito, con più di 60 concerti. D’altronde 385.000 presenze spalmate sui 7 giorni di apertura danno l’idea di un festival davvero gigantesco, una macchina organizzativa imponente che ha tra i suoi massimi punti di forza, oltre ad un programma musicale davvero vario tra rock, pop, folk e elettronica, anche una fresca aria di libertà e tolleranza.
Dicevamo dei concerti. Troppi da elencare tutti (se volete rosicare date un occhio qui). Quelli che ho visto con piacere: Kaiser Chiefs, il cui performer Ricky Wilson è entrato meritatamente nella categoria dei “best performer” del festival; nella categoria “Best fucking party concert” si piazzano i Prodigy, non si riesce a stare fermi e non si riesce a non odiare il cantante che tra un fuck e l’altro incita il pubblico alla rivolta (indubbiamente irresponsabile di questi tempi); la potenza ritmica di Goran Bregovich che con la sua Wedding & Funeral Band pompa nelle casse meglio di un disco di acid house; i grandi e sempiterni Motorhead, indomabili e rudi; che dire dei Bloody Beetroots, che hanno smosso lo stage A 38 in un fiume di sudore e mani in alto?
Bravi; gli Skunk Anansie, piazzati nel pomeriggio prima di Dizzie Rascaal e Prodigy, hanno regalato un grande show, confermando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, Skin performer di razza, mai paga di stupire con una presenza scenica elettrizzante; gli instancabili Gogol Bordello, che mai deludono le aspettative dei numerosissimi fan che hanno danzato febbrilmente sotto il main stage; i White Lies tecnicamente impeccabili, a tratti coinvolgenti. Moltissimi altri, meno conosciuti: la sorpresa Selah Sue che qualcuno ricorderà per la hit Ragamuffin; il grande Kid Cudi, energia e sudore per uno spettacolo davvero eclettico. C’era anche Prince, ma non fa testo perché la sua esibizione ha aperto il festival con un giorno di anticipo e pare sia stata irripetibile.
Dopo la mezzanotte i concerti finivano e iniziava la fiesta. Un numero infinito di parties piccoli e medi sparsi ovunque, oltre alla massiva Party Arena, il gigantesco spazio coperto dove si sono esibiti i djs: Trentmoller, 2manydjs, Goose, Dubfire, Richie Hawtin e molti altri. Manca nulla? Si, quell’indescrivibile sensazione di libertà di cui parlavamo sopra. Non rendo l’idea? Fatevene una, il prossimo anno ovviamente, in occasione del ventennale.

























































