Ci sono momenti della vita in cui una canzone squarcia la tela che avevamo dipinto fino a quel momento. Un riff di chitarra, una voce capace di incidere un segno, indicare una direzione, annunciare un sogno. Succede, è inevitabile; folgorati, innamorati al primo ascolto. Per me lo è stato tempo fa con Desert Raven di Jonathan Wilson.
In transito a Milano, il giorno prima dell’apertura del concerto di Tom Petty a Lucca, ha deliziato ed estasiato pochi fortunati alla Santeria di Milano in uno show case acustico. Wilson è vintage, un felice ascolto per vecchi nostalgici, o come dice Ricky della Santeria, “roba da intenditori di vecchio rock”. Tutto vero.
Trentasette anni, nato nella sgualcita North Carolina, cresciuto con una chitarra in mano, arriva al suo disco d’esordio solo poco tempo fa. Una storia di vecchio rock. John frequenta i grandi come produttore o come occasionale compagno di banda, con gente che bene o male ha fatto la storia, remota e recente, del folk a stelle e strisce: Robbie Robertson, Will Oldham, Gary Louris, pure il batterista dei Fleet Foxes Josh Tillman. E poi, per dire, Elvis Costello, Jackson Browne, Erykah Badu.
E, senza fretta, spunta e deflagra il debutto Gentle Spirit, una specie di sussidiario del folk-rock. C’è lo spettro di Neil Young, il folk psichedelico dei Floyd, le dilatazioni e le atmosfere hippie di Laurel Canyon. Proprio Desert Raven è la summa del sound del Californiano, una scrittura immaginifica che spero squarcerà la vostra “tela” come è successo a me. Sotto la versione “dilatata”, tra veglia e sogno, una canzone che conduce su un terreno disseminato di memorie rarefatte e magiche ombre, da sfiorare e lasciarsi dietro, con rimpianto e quieta rassegnazione.





















